
Nella sezione “Maestri” presento fonti di ispirazione che sono state importanti nella mia vita professionale, o che possono stimolare la curiosità e l’interesse verso i temi di cui mi occupo. Qui introduco tre libri che considero “pietre miliari” per il mio lavoro. Tra loro si sostengono e completano, preziose piste di ricerca, confronto e conforto.


Il libro maestro delle regole e delle invisibili teorie
“Nulla è più pratico di una buona teoria”, scrisse Albert Einstein. Ancora oggi “La pragmatica della comunicazione umana” è un saggio tra i più conosciuti e citati da quanti si occupano di relazioni interpersonali. Autori sono Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson del “Mental Research Institute” di Palo Alto in California. Il testo è nato nel 1967, tradotto per noi nel 1971.
Ma allora, se è così noto, perché ne parlo? Perché qui parlo di tre libri che considero maestri, e questo, per me lo è.
Fondamentali per decifrare e districarmi nel mondo relazionale mi sono apparsi i cinque assiomi, l’interazione come sistema, e ancora i riferimenti all’uso del paradosso, che anni dopo mi avrebbe portata a conoscere e riconoscere Giorgio Nardone come maestro di comunicazione strategica.
È un libro-base, perché presenta e definisce alcuni concetti fondamentali della comunicazione, a partire da termini quali sintassi, semantica e pragmatica, che altri testi danno come noti. È importante imparare a non dare per scontato. Intendo dire che è utile –almeno ogni tanto – soffermarsi sui significati dei termini in modo da costruire poi discorsi che “stanno in piedi”, che hanno fondamenta solide e riconoscibili.
Ma questo libro non mi ha insegnato solo questo. Attraverso l’analisi di casi reali e lo “smontaggio” del dramma “Chi ha paura di Virginia Woolf?” di E. Albee, gli autori riprendono e ripropongono gli elementi teorici proposti nella prima parte del libro, amplificandone e arricchendone le possibili letture.
A quali significati dare maggior peso? A quelli che in questo momento ci servono di più, che ci aiutano di più nella comprensione di qualche cosa fino ad ora rimasto nascosto. Portare in luce nuove prospettive grazie a teorie e modelli, è certo di aiuto anche per la nostra personale ricerca nell’ attribuire senso ai fatti e alle relazioni altrimenti di difficile comprensione e accettazione. E questo non per speculazioni teoriche, ma per mettere la teoria al servizio della comprensione della pratica quotidiana, nella ricerca di un miglior vivere personale, professionale ed organizzativo.

Il libro maestro della riflessione in pratica
Raccontarsi. Ma che bell’idea. A molti piace parlare di sé, sebbene poi in generale pochi ascoltino.
Allora comincio da me: con l’autobiografia, mi racconto e mi ascolto, poi, forse – non per forza e non sempre – mi propongo agli altri. “Mentre ci rappresentiamo, ci riprendiamo tra le mani. Ci prendiamo appunto in carico (in cura) e ci assumiamo la responsabilità di tutto ciò che siamo stati e abbiamo fatto…” (pag. 12, ediz. 2001)
Osare ripensarsi, osare prendere del tempo per sé per ritrovarsi. Elaborare connessioni tra le righe del proprio passato per comprendere meglio il presente e andare avanti nella vita assumendosene responsabilità. Mi pare importante.
Anche nel lavoro, interrogarsi, fare il punto, pensare al futuro consapevoli che il nostro stile professionale risente del nostro personale percorso, o forse meglio, del ricordo che abbiamo della nostra vita.
E mettiamoli nero su bianco, questi frammenti, parziali ricordi. Diamoci la possibilità di soffermarci a contemplare ciascuno la propria vita. Anche solo per qualche ora, quanto basta per “far partire” un pensiero: poi, va da sé. La memoria di fatti, sentimenti ed emozioni riaffiora, prende senso, assume la dignità di esser ricordata.
E a chi teme un eccesso di intimismo e autoreferenzialità del metodo autobiografico, Demetrio risponde: “Un progetto educativo che metta al centro l’autoeducazione di ciascuno, basata sull’ imparare a riflettere innanzitutto con e su se stessi, a promuovere i propri talenti, ad acquisire al più presto possibile un’indipendenza intellettuale e creativa, è inevitabilmente un progetto che facilita, e non inibisce affatto, le relazioni umane” (pag. 167, ediz. 2001)
Sono questi i motivi che fanno di “Raccontarsi” un mio libro maestro: la sua originale proposta di auto emancipazione attraverso la rilettura e la scrittura di sé. Anche in solitudine.
Io credo veramente che un libro, un corso, una consulenza possano essere di stimolo, ma poi dobbiamo anche impegnarci in prima persona nello svilupparne ciò che ci pare utile per noi. E questo testo accompagna in un’analisi riflessiva, da autodidatta, a partire dai ricordi della propria vita, conferendole in tal modo uno spazio di autentico ascolto da parte di se stessi prima ancora che da altri. È un lavoro di ripulitura e autostima. Si può fare.
Ma come cominciare? In “Raccontarsi” io ho trovato una guida attenta e minuziosa verso la scoperta della mia autobiografia, che per forza di cose non potrà mai esaurirsi, proprio perché i ricordi si influenzano, confondono, creano significati e costruiscono “realtà in movimento”, in vista di un divenire consapevole.
Duccio Demetrio propone di addentrarsi nella propria storia a partire da diversi punti di vista, esaminando i differenti aspetti del racconto di sé,che può svilupparsi considerando le fasi temporali della vita (infanzia, adolescenza, e oltre, fino alle fasi più attuali, senza escludere in ogni momento “asole” di riflessioni che pescano nel proprio passato, ma anche nel futuro), centrarsi su specifiche tematiche (persone, viaggi, eventi, amori, lavoro…) o ancora abbracciare riflessioni esistenziali attraverso stili tra loro diversi o intrecciati: da quello poetico metaforico a quello aneddotico, scarno, tipico della cronaca, oppure filosofico, o altri ancora.
Anche la modalità di organizzare i miei pensieri parla di me: se so vedere più possibilità so cogliere la complessità, e se so scegliere, significa che sono responsabile. È importante, questo, no?
Insomma, questo è il luogo giusto per dire che l’impostazione del mio sito, ed in particolare l’aver voluto raccontare dei miei maestri, come pure i diversi rimandi ai miei ricordi, la scelta di uno stile discorsivo per illustrare il mio lavoro, sono tutte scelte che danno valore alla mia storia di vita.
I miei vissuti si intrecciano con la mia professione, che per questo non solo appare, ma è decisamente unica, come unica è l’interpretazione della professione di chiunque nel mondo

Il libro maestro del ben lavorare
“La chiave a stella” è un breve romanzo di Primo Levi, pubblicato per la prima volta nel 1978 da Einaudi. Ho voluto subito bene a questo libro, con gratitudine. A volte lo riprendo in mano e sfogliandone le pagine ritrovo “le mie parole”, ossia quello che vorrei saper dire parlando delle relazioni e dell’organizzazione del lavoro: profili, stili professionali, culture, aneddoti… insomma, “lui” è il “mio” libro sul lavoro.
Scorrendo la narrazione è evidente come la vita professionale del protagonista si intrecci sempre in modo stretto con quella personale, in una scrittura a volte ironica, altre volte più malinconica. L’autore esprime con stile leggero la propria concezione del lavoro attraverso i racconti di Faussone, operaio specializzato che gira il mondo per lavoro inserendosi di volta in volta con cautela e arguzia in diversi ambiti lavorativi connotati da stili relazionali e culture organizzative molto diverse tra loro. Prendendo spunto dalle narrazioni del protagonista, Levi propone alcune note autobiografiche e proprie riflessioni esistenziali sul tema del lavoro.
Così, Primo Levi scrive: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può dare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra…” E più sotto prosegue: “si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena: ma l’ amore o l’ odio per l’ opera, sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’ individuo…” (pag. 81 ediz. 2001).
E ancora, più avanti: “il termine ‘Libertà’ ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, consiste nell’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo” (pag. 145 ediz. 2001).
Questi concetti sono proprio l’essenza del mio pensiero, e a ben guardare stanno alla base della mia scelta di svolgere il lavoro di consulente e formatrice. Ma questo l’ho capito così bene solo quando ho letto queste parole in questo gioiello di libro, e le ho viste lì, ordinate e chiare, belle in piano, tutte in fila: le parole giuste per dire cose vere.
È proprio così.
Con questo piccolo libro tra le mie mani, ho ripensato a tante narrazioni professionali, vicende che mi sono state raccontate negli anni, e ho compreso meglio questa mia passione per il lavoro degli altri. Ho chiarito meglio a me stessa le ragioni profonde di questa mia sentita preoccupazione nel voler aiutare le persone a ricercare il senso migliore al proprio stare nelle aziende, a trovare dunque nel proprio lavoro una convinzione, una speranza, a volte anche un riscatto. Insomma: un proprio benessere, così necessario per il ben- vivere e il successo delle stesse organizzazioni.